LA PRATICA GEOPOETICA

Da molti anni lavoro per unire l’esplorazione della geografia alla scrittura seguendo una traccia non analatica, bensì percettiva. Camminare in territori – soprattutto montuosi – è diventata la fonte di approvigionamento principale per i libri, i reportage, gli editoriali, le traduzioni e le curatele, i podcast e i documentari, le conferenze e le riflessioni. Ma soprattutto per i cammini di pratica geopoetica. Fin dai primi esperimenti, il “cammino letterario” si rivelò essere un modus ideale per esprimere non solo ciò che man mano pubblicavo nei libri, ma soprattutto per creare connessioni e nessi con il pubblico che partecipa a queste iniziative. La Geopoetica, come espressa da diversi punti di vista, fu per me un’idea interessante, uno spunto che faceva riferimento alla Scuola Geopoetica di Kenneth White. Ma presto compresi che teorizzare la Geopoetica non avrebbe rispettato quella scelta di muovermi lungo sentieri emozionali capaci di svelarmi la geografia in maniera differente. La più grande influenza, in questo senso, è venuta dal compianto maestro (e amico prezioso) Barry Lopez, con la sua “intimate geography” (insieme compilammo l’antologia italiana Una Geografia Profonda).

Lo strumento della pratica geopoetica, con i cammini negli ultimi dieci anni,, ha trovato uno sbocco sempre più importante, in Italia e in otto intensi anni di lavoro sul campo in Norvegia (Nordland Nationalparkcenter e Bodo2024 Capitale Europea della Cultura), in Luxembourg per due progetti UNESCO, nei primi anni Venti. Il prototipo di tutto ciò fu però il lavoro insieme al geografo, esploratore, filosofo e scrittore Franco Michieli quando insieme realizzammo il cammino La Via dei Silter per ERSAF: due anni di esplorazioni e scritture sul campo perché io credo che non possa esistere Filosofia – pensiero – sano senza una ricaduta pratica. Questi venticinque anni di lavoro, oltre ai trentasei ormai trascorsi a vivere in montagna e in viaggio a esplorare la riconnessione di una humanitas profonda con la Madre Terra, hanno portato alla realizzazione nel 2025 del libro che racchiude questo percorso e indica alcune possibilità non analitiche, ma egualmente culturali, con punti di riferimento sia filosofici che scientifici, ma soprattutto naturalistici e umanistici: Geopoeta, nelle terre della percezione, che non a caso è diventato anche un podcast.

Oltre alla rassegne di cammini come Nel Cuore Della Montagna (dal 2018) e Nei Sentieri Selvatici (dal 2024), lo strumento della pratica geopoetica viene richiesto proprio per indagare modalità meno strutturate e codificate, al fine di liberare energie che rischiano di essere trasformate in analisi quando sono ancora acerbe o troppo intime. Ecco perché la pratica geopoetica non è una mia proprietà intellettuale – a differenza di ciò che scrivo e pubblico – bensì qualcosa che propongo nella convinzione di stimolare in chi partecipa a queste esperienze un viaggio profondo durante i cammini fatti insieme con piccoli gruppi o persone singole. Questo avviene anche attraverso lavori insieme a scuole di scrittura come Innesti Creativi con il format dinamico, che si adatta alla geografia prescelta, Terre della percezione.

Nel 2026 nascono anche i viaggi in Nordland, i sentieri selvatici della geografia e della psiche al Circolo Polare Artico, sulle tracce dell’ispirazione personale e che ho chiamato “Nel giardino artico” dei progetti sviluppati con lunghe settimane di permanenza; potrà partecipare, giocoforza, un numero ristretto di viaggiatori che mi accompagnano nell’esperienza immersiva. Se sei interessato ad approfondire, scrivi alla email: nipi@davidesapienza.net

Ecco un estratto dal capitolo 6, “Il ragazzo selvaggio: del sapore del fiume e della foresta” dal libro Geopoeta, nelle terre della percezione che è anche il titolo dell’episodio 4 del podcast realizzato dal mio editore (ASCOLTA): fu proprio da questo titolo, ispirato al film di Francois Truffaut e al libro di Jea Itard, che iniziai a seminare le parole che diventarono i frutti raccolti nel volume:

Perché teorizzare una poetica unitaria oggi, nelle nuove epoche fondate sulla frammentazione? Perché cercare legittimità in codici destinati a essere smentiti dalle procedure della creatività? Non sarebbe più utile, emozionante, forse rivoluzionario impegnarsi per il processo inverso? Se provassimo a rendere poetica una teoria, la poiesis della rivoluzione geografica potrebbe aiutarci a comprendere che è possibile disegnare rotte più adatte alla nostra personalità. Dalle osservazioni fatte deduco gli elementi che potrebbero condurre alle nuove scritture; vedo i territori come sorgenti di ispirazione e storylines, come quando trovo le interconnessioni che li legano – una sorta di entanglement, una correlazione poetica. La geografia è uno specchio della psiche: è quasi ovvio dirlo, ma la via di comunicazione tra questi due luoghi è indicata dalla percezione, a sua volta educata attraverso il cambiamento indotto dai paesaggi interiori, plasmati da ciò che sperimentiamo fuori dal nostro corpo. Abbiamo visto come il processo di definizione del territorio che abbevera lo spirito e la mente avviene attraverso il corpo, che deve potersi muovere, viaggiare, intercettare e raccogliere dati, visibili e invisibili, da ritrasmettere alla mente e alla psiche in veste di emozioni e di pensieri.

Ho affermato che la pratica geopoetica predilige l’aspetto emozionale: una forma di comunicazione interiore a doppio senso e differente da quella emotiva, costituita da riflessi, impulsi che di fronte all’esperienza quasi mai sono propedeutici a una elaborazione approfondita. L’utilizzo dei termini emozione, emozionale, emozionante, è da anni ovunque: dalla pubblicità alle esperienze che riguardano il mondo del turismo, siamo di fronte a un vocabolo importante ormai abusato, perché è risaputo che il saperci emozionare vende bene. Ma la via emozionale predilige l’azione della geografia e resta aperta in attesa dell’elaborato che ne uscirà. Dove prima c’era il nulla, dopo c’è il dato, e il nostro processo creativo percorre proprio questa traiettoria. Le emozioni impoverite, al contrario, si consumano in un bagliore, simili a un bel ramo in fiore che poco dopo essere stato staccato dall’albero è destinato ad appassire. Ferire, inibire, limitare e impoverire la risposta emozionale di un essere vivente è un atto sbagliato, conflittuale, arrogante. Lo strisciante “razzismo” nei confronti dell’emozione, come se non avesse a che fare con l’aspetto cognitivo dell’esperienza umana, è stato brandito dal mondo accademico e intellettuale, che non a caso ha fondato e ancora si fonda su un dualismo incatenato a una vita emotiva anaffettiva. L’emozione è fondamentale per la nostra sopravvivenza in quanto espressione di stati interiori, mentali, fisiologici che agiscono e modificano la nostra psicologia e il nostro corpo: essa è il primo modo di comunicare con gli altri esseri umani e con tutto ciò che vive su questo pianeta. Se non fossimo stati capaci di sviluppare un sentimento di amore non saremmo qui, e lo stesso vale per molti altri animali. Quando si tratta di affrontare stress – anche estremi – legati alla sopravvivenza fisica, è la gestione (mai la soppressione) delle emozioni lo snodo fondamentale, il canale privilegiato per comunicare con l’istinto più ancestrale che esiste, dormiente, dentro di noi.

Le emozioni ci aiutano a ricostruire percorsi di richiamo delle nostre competenze cognitive, manuali, fisiche, intellettuali, culturali, artistiche. La potenzialità cognitiva di un’emozione è talmente elevata che è un errore metterla in secondo piano rispetto al pensiero, la cui sopravvivenza dipende dopotutto dalla capacità di emozionarsi, a sua volta propedeutica a fargli assumere una dimensione più completa. Come abbiamo visto parlando della geografia poetica, manipolare commercialmente l’emozione, svuotarla di senso, renderla un vuoto simulacro, è una pratica della volontà di potere incarnata nella società dai nuclei dominanti, così come il distaccarci dal territorio per prenderne possesso, usarlo, consumarlo, renderlo inadatto alla prosperità della comunità più grande. Non possiamo accettare che questo doppiofondo ideologico del razionalismo possa tenerci sotto scacco chiedendo prove scientifiche a evidenze che, sotto gli occhi di tutti, si ripetono costantemente e non necessitano di alcuna dimostrazione: tutti sanno che l’amore spontaneo di una mamma e di un papà, oltre a essere parte del programma della vita possono essere studiati, ma non come si descrive un bicchiere che cadendo dal balcone va in mille pezzi. È grazie a questo amore che sto scrivendo queste parole.

Le emozioni esistono.

Le emozioni sono.

Noi siamo ciò che ci emoziona.

Privacy Preference Center