ALTDSChronicles. IL CAMMINATORE E IL VIAGGIO NELLE TERRE DEL SUONO

Nonostante la data di uscita per Attraverso Le Terre Del Suono sia il 22 novembre e la presentazione ufficiale di Milano (GERMI, h 18, con Manuel Agnelli), le recensioni e le interviste iniziano a dimostrarmi una cosa, ovvero che lo spirito di questo libro viene colto in pieno. Ma del resto, se penso ai primi articoli, parlo di firme con una spiccata sensibilità, come Paolo Vites e Antonio Bacciocchi (il mitico Tony Face: agitatore culturale, musicista - fondatore e batterista dei Not Moving - blogger molto seguito). Queste recensioni stanno dimostrando che la cultura rock ci ha insegnato a non mettere il mondo in tante categorie, ma a vederlo come unico. Questi colleghi e amici, non sono stupiti e non vedono "incoerenza" nel percorso geopoetico, basta leggere il titolo della pagina sul quotidiano LIBERTA'. In attesa di ascoltarci in radio (venerdì 15 prima a Radio InBlu da Massimo Deberardiniis a Storie di Note, poi da Marco Garavelli a Linea Rock su Radio Lombardia). La rassegna stampa completa, in continuo aggiornamento, la trovate QUI. E prosegue il preorder: acquisti oggi, ricevi subito il libro senza attendere il 22 novembre e con un cd in omaggio, basta cliccare QUI.


ALTDSChronicles. BRIAN ENO. LO SCIAMANO CHE SUONA L'ENERGIA

ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO

(Edizioni Undeground?, 2019)

acquistalo ora

Thinking of a world and the light of the sun
And all the many lives that were ever begun

(...) Brian Eno evoca, ma lo fa lasciandoci, dopo il rituale, qualcosa con il quale camminare accanto al fiume che scorre, dopo averci indicato una sorgente possibile; per questo la sua musica, parole sue: «deve essere capace di adattarsi a vari livelli di attenzione d’ascolto, senza legittimarne uno in particolare: deve poter essere tanto interessante quanto trascurabile». Così mi spiego l’effetto sciamanico dei suoi suoni quando ho deciso di usarli come Essenza, inalandoli dal cuore per inviarli alla mente creativa. Trascorrendo lunghe ore con la sua musica durante la scrittura, in territori particolari come l’Artico norvegese del Nordland, ho visto il mago che rispettava l’energia, maneggiandola, come in un ipotetico studio di registrazione (il territorio fisico dei viaggi), dove utilizzare musicisti in grado di eseguire le emozioni per descrivere i luoghi più lontani dell’anima e della mente: «voglio che la musica sia una condizione ambientale il più possibile continua, proprio come la pittura».
Forse sono questi i quadri che ho visto attraversando la terra a piedi. (...)

(Tratto dal capitolo 14 di ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO, "Lo sciamano che suona l'energia")


ALTDSChronicles. CON SPRINGSTEEN IN VIA DEL TUONO

Un capitolo in anteprima da Attraverso Le Terre Del Suono.

All'origine della rivolta in Via del Tuono: leggilo tutto QUI

 


ALTDSChronicles. U2: A Sort Of Homecoming

Provo a spiegare perché ho inserito in Attraverso Le Terre Del Suono (Edizioni Underground?)  un testo dedicato agli U2. Prima leggete la "premessa":

Nell'estate del 1984 partimmo in sei (tre coppie di giovani amanti) su un furgoncino per lavori edilizi concesso gentilmente dal papà della mia amica Elisabetta Orizio. Partenza, Milano, destinazione Dublino (e oltre), Irlanda. Velocità massima consentita dalle condizioni del mezzo, 60 kmh (ma mentre gli altri dormivano, io sperimentavo con l'acceleratore). Andavamo in viaggio, ma quella spedizione era per me, soprattutto, andare a incontrare (possibilmente) gli U2. Ma fu anche l'inizio di sei intensi anni di frequentazione dell'isola verde, di incontri con favolosi musicisti, alcuni dei quali ancora amici oggi (come gli Hothouse Flowers), dei quali avrei scritto sulle riviste rock italiane. Stava per nascere l'U2 Fan Club, poi U2 World Service, italiano. Gli U2 però erano impegnati nelle ultime fasi di lavoro sul loro album che più ha segnato la mia vita: The Unforgettable Fire. Perfetto. Volevo chiamare FIRE la rivista che poi avrebbe costituito la spina dorsale profonda dei miei primi otto anni nell'ambiente dell'editoria musicale e del giornalismo. Fu così che avvenne la scoperta: nell'ottobre 1984 sarebbe uscito il quarto album di studio del quartetto. Lo avevano registrato allo Slane Castle in Irlanda, alla produzione Brian Eno e Daniel Lanois: uno strappo clamoroso rispetto ai primi tre album rock affidati a Steve Lillywhite, dal sound frontale e aggressivo. Rientrato in Italia, mi ripresentai alla Dischi Ricordi da due persone che hanno per me significato l'ingresso dalla porta principale nel mondo della discografia: Franco Dedevitiis e Laura Buttarelli. Furono loro a consentirmi di ascoltare The Unforgettable Fire su una cassetta pre release. Non c'era tempo da perdere: convinto per sfinimento Riccardo Bertoncelli a realizzare un libro con i testi commentati dagli U2 e le traduzioni della band per la famosissima collana Musiqa di Arcana Editrice. Ma c'era un particolare: i testi nelle "parts" dell'album che arrivarono a Milano per andare in stampa, non c'erano. Ovvio. Bono notoriamente improvvisava davanti al microfono, oppure cambiava, anche molto, parole e senso alle canzoni. Beh, c'era sempre il publishing no? La Blue Mountain Music, collegata alla loro casa discogrica, la Island Records di Chris Blackwell, aveva come editore italiano ancora la Ricordi, sezione editoriale. Arrivarono i testi ma... c'era un problema. Molti non corrispondevano a quello che si ascoltava. Iniziò un paziente lavoro di trascrizione e verifica: il libro era pronto per andare in stampa già a dicembre 1984 e se così fosse accaduto, sarebbe diventato il primo solitario volume dedicato agli U2, al mondo, mentre uscendo nel gennaio 1985 fu un ex aequo con Stories For Boys. Il lavoro si concluse durante la vacanze di Natale, mentre lavoravo, per quel periodo, al negozio di Dischi nel mezzanino della MM1, stazione Cordusio. Dopo essere partito alle 7 da casa, rientrando spesso alle 22, prima di dormire dedicavo qualche ora alle ultime traduzioni, ricerche di dichiarazioni, correzioni, testi di lati B e altro. In gennaio il libro andò in distribuzione, gli U2 sarebbero arrivati per due concerti, Milano e Bologna, di lì a poche settimane. Nei tre anni seguenti, le due edizioni del libro ebbero un successo veramente grandioso. Era tempo dei primi concerti italiani, ovvero, anche, dei miei primi incontri di persona con il manager, Paul McGuinness e con la band. Anche questa è un'altra storia che forse un giorno racconterò per bene (sui numeri di FIRE di quegli anni, trovate tutto). In trentacinque anni di incredibili avventure musicali non ho conservato molti oggetti di memorabilia, autoscatti con gli artisti, autografi: ma il backstage pass di quel tour, beh, quello sì. Per forza. Perché anche adesso, mentre scrivo, mi rivedo lì seduto nell'ufficio di Franco ad ascoltare The Unforgettable Fire, dal quale mi trafisse subito quella frase di A Sort Of Homecoming, come per dirmi: Davide, si, è davvero così, ora vai, che c'è un fuoco indimenticabile a guidarti.

And your earth moves beneath/ your own dream landscape

E la tua terra si sposta aldilà/ del tuo sogno di territorio

 

Nel 2009 la nuova Arcana Editrice mi chiese di scrivere una introduzione all'ottimo lavoro fatto da Andrea Morandi (testi commentati, titolo U2. In The Name Of Love). Accadde in concomitanza all'uscita di un album, l'ultimo che ho davvero amato, No Line On The Horizon. Guarda caso, con Eno e Lanois alla produzione (nel mio libro, Lanois parla anche degli U2 nella mia intervista). Perché c'è sempre un oltre, nel nostro viaggio, nel viaggio con la musica. Buona lettura. E se volete già venire per tutto il viaggio Attraverso Le Terre Del Suono, fatelo ora & QUI.

(estratto da Là fuori a cercare esperienza, in Attraverso Le Terre Del Suono, pag 149)

«Ma torniamo al nostro magico misterioso viaggio da e verso il fuoco indimenticabile. Gli U2 di quei primi anni ottanta, per lasciar parlare la scintilla primordiale, si erano letteralmente chiusi in un castello (lo Slane Castle in Irlanda) per riscoprire la fiamma: è difficile comprendere adesso l’impatto emotivo provocato da The Unforgettable Fire. Gli U2 decidevano di lasciarsi alle spalle quella spruzzata di punk che accompagnava sempre i piatti del loro menu musicale per raccogliere intuizioni importanti di gruppi come Echo & The Bunnymen. Ora andavano a vedere cosa c’era sotto quel fitto bosco di suoni ed emozioni cupe, sapendo bene che con Indian Summer Sky  la luce si sarebbe vista perché nella foresta c’è una radura/ io corro lì verso la luce/ Cielo/ è cielo blu. La scoperta di questa radura fuori dalla foresta fu sensazionale. Mentre impazzavano pop band superficiali e nazional popolari, gli U2 si preparavano a creare una nuova forma di canzone di massa che avrebbe trovato il suo apice con The Joshua Tree tre anni dopo. Allora recinti non ce n’erano: l’infinito era il posto giusto da dove partire. È fondamentale non sottostimare oggi, alla luce della clonazione continua di stili musicali e vocali a cui assistiamo quotidianamente, ciò che significava fare musica. Essere in cerca di libertà, bellezza, espressione di contenuti raccolti tra i propri coetanei. Era la nostra generazione, post sessantottina, post punk, pre MTV.
Alcuni anni dopo, il posto degli U2 sarebbe diventato quello dove le strade non hanno nome».

 

 


ALTDSChronicles. ROBERT WYATT

PICCOLO GRANDE ROBIN HOOD

(dal capitolo 15 di Attraverso Le Terre Del Suono)

"(...) Agosto 2005. A sorpresa ricevo una busta che contiene una copia in anteprima di un album molto atteso, in questi ultimi trent’anni, da migliaia di persone in tutto il mondo. L’unico concerto che Wyatt ha suonato dopo l’incidente, nel 1974, a Londra. “Robert ciao sono Davide”… “hello Davide from Italy”, risponde come sempre allegro, sorpreso, contento. Solare. Ho ascoltato questo mitologico concerto e davvero sono rimasto senza parole. Tutte le cose belle di quegli anni, il senso di forza e unità e visione che i musicisti spesso sapevano trasmettere nei dischi e nei concerti, ogni meravigliosa idea di sperimentare con gioia e serietà, con scanzonata ironia ma grande rispetto per l’arte – è tutto qui. Non manca nulla. Visto il legame che nel corso di questi oltre dieci anni si è creato, mi sembra giusto dire a Robert che sono felice di aver ascoltato queste registrazioni. “Mi hai davvero illuminato questa giornata”, dice lui con la solita disarmante e genuina semplicità. “E ora che siamo solo amici so che non lo dici perché devi promuovere l’album, ah ah ah (...)”.

Robert è una delle persone, e degli artisti, che mi ha aperto senza remore le porte sulle infinite possibilità della musica attraverso le terre del suono: il titolo del mio libro è una frase perfetta per quello che lui ci ha donato nell'ultimo mezzo secolo, dai Soft Machine ai suoi tanti, meravigliosi, album. Il destino ha voluto che lavorassimo insieme e addirittura che lui collaborasse con Cristina Donà in uno dei suoi capolavori, Goccia. Nel mio libro, si racconta anche di come nacque quella collaborazione, per l'album Nido prodotto da Manuel Agnelli, che ebbe l'idea di sentire Robert. Fin dal 1997 Wyatt si era espresso chiaramente nei confronti della Donà, arrivando ad invitarla all'edizione da lui curata del festival londinese Meltdown, nel 2001. Nel 2016, Cristina fu sul palco della Kent University di Canterbury con il progetto ideato da Annie Whitehead, Soupsongs. Fu un pomeriggio leggendario del quale potete godere del filmato ufficiale. Gavin Esler In Conversation with Robert Wyatt. Ciao, Robert da Inghilterra, sei sempre nei nostri cuori.

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=ewiNCvQ4Tvg


GLI ALBERI SONO I MIEI FRATELLI

Nel 1969, i miei genitori acquistarono un appartamento nel condominio dove abito dal 1990, qui, sotto la Presolana. Era la classica seconda casa, per le vacanze estive. In quegli anni, le vacanze erano vacanze: due mesi qui, un mese al mare. Avventure sconfinate prima con Salva, nato nel 1966, poi anche con Guido, nato nel 1973. Nei due condomini, quasi tutti occupati da famiglie come noi di villeggianti, si formavano compagnie di quindici, venti ragazzine e ragazzini. Praticamente una piccola tribù che andava ad aggiungersi ad altre piccole tribù di "invasori milanesi" (siamo tutti milanesi, noi non bergamaschi: "milanesi" è da decenni un nuovo sinonimo da sottoporre all'attenzione dell'Accademia della Crusca). Nel concludere i lavori edilizi, il nostro piccolo giardino fu seminato per fare crescere alcuni alberi; l'essenza principale, l'abete. Tutto intorno vi erano solo campi e questi condomini certo non facevano una bella figura nel paesaggio rurale, stupendo, di questo paesino. Dopo ci hanno pensato bene e così si è costruito ovunque, disordinatamente, come è tipico dell'Italia senza un senso del paesaggio (del resto, neanche la nostra Costituzione fa cenno alla Natura, all'Ambiente, al Territorio, al Paesaggio, significativamente). Siamo cresciuti insieme, noi e questi abeti: anche perché da trent'anni a oggi, ci siamo visti quasi ogni giorno con questi sei abeti. Qui, li chiamano paghér. Nel 2009 è nato Leonardo. I bambini sono pochi in estate e quasi zero nel resto dell'anno. In quel piccolo giardino protetto dagli abeti e da una betulla, Leonardo è cresciuto, ha conosciuto la sua prima neve, che facevamo cadere per divertimento dai rami (liberandoli dal peso quando era tanta). Ma in quel giardino erano cresciuti ad esempio Jacopo e Anna, nostri vicini di pianerottolo fin dai primi anni in cui venni qui ad abitare. Ed erano cresciuti anche Nicola e Mattia, oltre che Riccardo, Armando e Marilena, e poi Matteo e Federico, Eric... con noi "vecchi". Io stesso ho iniziato a togliere alcuni rami troppo pesanti, nelle zone basse, mi sono dilettato a comprendere alcune cose, grazie alla sua presenza in giardino. Lo stesso i miei bellissimi nipoti, William, Ambrita, Marco, Matilde, che trascorrono molto tempo con noi sopratutto in estate. Da quando abbiamo una stufa altoatesina, che ricicla il calore e lo diffonde (si, è ecologica: acquistiamo solo legna che viene da vicino, anche se costa di più, paradossale, ma vero), ho imparato a capire che da queste parti i paghér sono considerati male. Serve più legna per produrre lo stesso calore, poi c'è la resina. Insomma, "sono alberi del cazzo". Sappiamo della visione della natura in montagna: se serve bene, se no, rompe il cazzo. E così spesso nelle riunioni di condominio sembra che la presenza di questi fratelli alberi sia come quella di chi scappa da un mondo difficile e vada rispedito agli abissi del Mediterraneo: vade retro! Pericolo! Ma il pericolo è nella loro mente, io penso. In una sensibilità che manca proprio dal software originale. Giro, cammino, ascolto. Deglutisco ascoltando certe scelleratezze che smacchiano l'idealismo sulla "cultura di montagna" (se non ti piace qui, vai da un'altra parte: la frase più gettonata quando poni dei dubbi. Si vede che nessuno ha letto "La saggezza del dubbio" di Alan Watts. Leggetelo, vi farà bene). Non è che in trenta lunghi anni non abbia elaborato. E si, trovo persone sensibili, capaci di andare oltre la visione utilitaristica: poche, ma ci sono.

Circa un anno fa, noto degli strani segni su tre abeti: colpi d'ascia (ne ho una anche io di ascia, perdio!). Gli alberi feriti, la resina rappresa. Allora alzo gli occhi sul più esterno, e vedo - colgo - la maledetta idea per assassinare la pianta: la cercinatura. Invio una foto a un caro amico forestale, che mi conferma l'azione avvenuta. Dopodiché chiamo un amico boscaiolo, che osserva, e dice la stessa cosa. Infine settimana scorsa viene un arboricoltore che conferma a uno dei due amminsitratori l'azione vigliacca: la cercinatura. Lui, l'arboricoltore, da professionista lo definisce "intervento di cercinatura" e da uomo sensibile, non trova molto bella questa azione. Perché in effetti salire lassù a otto metri d'altezza, tra i rami, non è azione da umarell che critica il cantiere stradale come nelle vignette. E' azione pensata, esiste un mandante, e c'è stato dunque un esecutore. Così, dopo avere richiesto diversi preventivi, fatta la scelta dell'incarico da affidare, ieri c'è stato l'abbattimento e l'addio a quei tre amici abeti. Perché? Perché adesso le zone morte di questi alberi uccisi, nel pensiero degli aggressori, erano finalmente e inequivocabilmente pericolose. Prima vIl dolore per me è compensato dal sentire, sempre, le connessioni con la natura che anche noi siamo. Ne facciamo parte, ma nella nostra cultura occidentale, questo non è ben chiaro. Anzi, la natura è altro: va sfruttata, aggredita, sottomessa. Infatti, si vede bene a che punto ci siamo ridotti: settantamila anni di homo sapiens, ne sono bastati tredicimila dalla rivoluzione agricola e addirittura solo tre secoli di rivoluzione industriale per ridurci a non sapere come gestire le risorse naturali. Badate bene: la Terra andrà avanti, quando ha un virus, coi suoi tempi (per noi lunghi), sa come guarire. Si può fare legna, sì. Ma con rispetto, perché  «öna pianta rasgàda l'è mai ü bèl laùr»: non così, non per queste ragioni. E' la storia dell'umanità in una piccola storia di condominio: prima vogliamo il giardino per dire, Guardate che bella casa che abbiamo. Poi, lo vogliamo abbandonare. Pare sia accaduto così, per chi crede alle fiabe, anche con il giardino dell'Eden. Dal quale, se ricordate, siamo usciti per andare in giro a razziare qualsiasi risorsa possibile e immaginabile pur di soddisfare il nostro ego, la nostra avidità, in definitiva, la nostra infelicità.


ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO. CI SIAMO

Dopo ventidue anni, il momento è arrivato.

Basta andare su questa pagina.

Grazie a un'idea di Edizioni Underground?, da questa sera sarà possibile acquistare Attraverso Le Terre Del Suono in pre-order, ricevendo (per i primi 80 acquirenti) un magnifico cd in omaggio, l'album 1968. Odissea Nel Rock, di Francesco Garolfi. Il libro, per chi acquista direttamente dalla casa editrice, verrà spedito subito. Senza attendere la data d'uscita del 22 novembre 2019. La presentazione ufficiale sarà domenica 24 novembre 2019 a MILANO. Dove? Andate su questa pagina, lo scoprirete, insieme al nome e della persona, che presenterà con me questo libro.

Se tutte le persone del mondo dicessero insieme
Siamo tutti neri e bianchi, siamo tutti notte e giorno
Se ogni essere umano riuscisse a cantare con tutti gli altri
Come suonerebbe, cosa si proverebbe
Tutti ne sentiremmo il beneficio.

(Feel The Benefit)

 


ABBEY ROAD DECOLLA PER L'ETERNITA'

QUI ABBEY ROAD. DECOLLIAMO PER L'ETERNITA'

Il mio intervento che spiega perché, l'edizione in uscita tra due giorni di Abbey Road, capolavoro finale dei Beatles, può aiutare a ridare una prospettiva a un'opera immortale. Abbandonatevi all’ascolto, spegnete il mondo: «Che i sogni dorati/ ti riempiano gli occhi/saranno sorrisi ad attenderti quando ti sveglierai».

BUONA LETTURA

Questo, con altri diciannove scritti, fa parte dell'imminente libro Attraverso Le Terre Del Suono in uscita il 22 novembre 2019 (INFO).

 


THE GEOPOETIC TOUR 2019. TULAR D'AUTUNNO

Venerdì 20 settembre 2019, sul calar dell'estate, inizia l'ultima fase del Geopoetic Tour 2019 che ha diffuso in Italia il mio libro ultimo Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione, dal giorno della sua uscita il 13 marzo 2019. E' stato un viaggio entusiasmante che è andato ben oltre i migliori auspici e non solo per i (famosi) "numeri" - la partecipazione alle presentazioni e ai cammini geopoetici, ma soprattutto per la crescente coesione tra la proposta e la vostra partecipazione organica. Da Villasanta (Il libro del mondo. Festival delle Geografie) agli ultimi cammini di Nel Cuore della Montagna, da Monza (Biblioteca Carrobiolo) al festival letterario Det Vilde Ord, a Bodo nell'artico di Norvegia, da Como per Orticolario alla Valmalenco con Alt(r)o Festival , fino ad Avigliano con l'ultimo cammino narrativo della rassegna Le parole della Terra, tutto converge inevitabilmente alla chiusura del cerchio, il ritorno a Milano, sabato 15 novembre, al Museo di Storia Naturale per Bookcity2019. E quando un cerchio si chiude, un altro si (ri)apre, come già annunciato il 22 novembre pubblicherò Attraverso le terre del suono, un ritorno ai territori sonori dopo 22 anni dall'ultima volta, in forma di libro. Ma è proprio da un capitolo de Il Geopoeta che è nato il progetto ALTDS, il reading musicale (che potete ascoltare nella pagina ad esso dedicata su questo sito) e quindi il libro.

Ordunque, eccovi i link necessari:

INCONTRIAMOCI

IL GEOPOETA. AVVENTURE NELLE TERRE DELLA PERCEZIONE

ATTRAVERSO LE TERRE DEL SUONO


MARTIN EDEN vs SUCCESSO

Success. Questo era il titolo originale di Martin Eden, mentre Jack London, durante l'avventuroso viaggio a bordo dello Snark, scrisse con certosina continuità uno dei capolavori della letteratura mondiale. Un romanzo di condanna dell'individualismo, un romanzo spesso anche interpretato al contrario - visto il finale tragico della vita del protagonista. Quando uscì, nel 1909, fu all'origine di molte controversie e a ben leggerlo (consiglio l'edizione Oscar Mondadori del 2009, dove nella curatela inclusi la lettera di Jack London a un quotidiano californiano che spiegava come l'individualismo fosse un male assoluto) non è difficile capire perché. Martin Eden, da adesso, è un film capolavoro, per genialità e densità, del regista Pietro Marcello, per capacità di sbarazzarsi di timidezze narrative e di formule preconfezionate. Un film la cui scrittura e lavorazione ha richiesto quel lungo tempo i cui frutti si vedono nelle due ore sullo schermo. Si dice, in genere, che l'intreccio di registri differenti è la chiave di lettura per certi film. Ma in questo caso la genialità sta nell'andare oltre questo intreccio: la capacità di piegare il "tempo storico" che viene messo al servizio della verità poetica. L'abilità di non tralasciare proprio nulla di fondamentale della narrazione - della trama e dei personaggi, del capolavoro londoniano - ha portato a non preoccuparsi di doverci presentare una trasposizione del romanzo (come recitano i titoli di testa, il film è liberamente ispirato al romanzo). Il che non ha impedito a Maurizio Braucci e allo stesso Pietro Marcello di rispettare la trama originale, riuscendo a portarci in un "oggi" si contemporaneo ma, allo stesso tempo, abbastanza lontano per non collocare la nostra percezione sempre nello stesso luogo interiore. Ecco dunque che Napoli è Napoli, apertamente Napoli, come lo è la parlata del protagonista, che è napoletano e si chiama Martin Eden e la credibilità non ne soffre mai. Ma Napoli, vista la città che è storicamente, è anche un Ognidove che non sovrasta la collocazione degli eventi, rispetto a quello che abbiamo letto nel libro. L'interpretazione di tutti gli attori, con Luca Marinelli/Martin Eden capace di essere il giovane che diventa adulto che conosce il successo che capisce l'insensatezza del successo e che sceglie l'inevitabile, è davvero notevolissima e questo dice molto delle doti del regista.

In tutto questo, Marcello ha saputo mettere la potenza del reale, la contemporaneità eterna di certi temi, ci ha ricordato il valore della libertà e della parola, l'inaccettabile monopolio della finzione su ciò che è vero. Ma c'è molto, moltissimo altro e per tale ragione esorto chiunque a vedere questa straordinaria opera cinematografica. E lo ha fatto si usando registri narrativi differenti, ma anche con la fotografia e certe inquadrature. Questo film resterà nella storia del cinema e sono felice di avere visto un film tratto da Jack London, finalmente, che vale la grandezza di quel magnifico scrittore.